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CONFESSIONI

DI UN METAFISICO.

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CONFESSIONI

DI UN METAFISICO

TEEENZIO MAMIANI.

VoLUHB Secondo

PKINCIPJ DI COSHOLOeiA.

FIRENZE,

G. BARBÈRA EDITORE.

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V.

Libnzy

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LIBRO PRIMO.

DEL, FINITO IN SÉ.

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Mamuri. II.

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CAPO PRIMO.

ALTBB INTIME CONFESSIONI.

I.

1. Sebbene la cronaca (a volerla così chiamare) ilei miei pensieri, delle mie mutazioni e delle conclu- sioni mie intorno alla metafisica dovesse avere compi- mento col primo volume, dapoicbè questo secondo non è altro più che un'applicazione dei principj già fermi e accettati, pure v' à alcuni concetti e alcune opinioni importanti in filosofia che possono grandemente pro- fittare di quella storia. E voglio significare che giova r andar raccontando con semplicità e con ordine co- m' esse sbocciarono a poco a poco dentro alla intellet- tiva e crebbero a competente maturità; e per quali vicende di dubj, di pentimenti e di emendazioni per- vennero alla serenità d'un convincimento perfetto, quasi fiorì che tra le nebbie ed i temporali si aprirono in ultimo alla patente luce d'un bel sole di primavera.

Io, dunque, allora che sentirò il bisogno di illu- strare con più chiarezza e persuadere con più forza alcune dottrine, userò ancora di questo mezzo di esporre

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4:-\: ;••: ;•':*.• ':: .LfBÈ(^ 'Primo.

altrui brevemente le occasioni, V esitanze, le correzioni e le risoluzioni finali e gagliarde, in fra le quali la mia povera mente pervenne alla verità non mai con prestezza e sempre con travaglio penoso dell'animo. Attesoché egli mi sembra di poter dire con ischiettezza non presuntuosa ch'io mai non ò tenuto in picciolo conto ne valutato come poco saldi e poco fruttiferi i sacri studj della filosofia e massimamente quelli della Scienza Prima.

2. Sappiasi, impertanto, che avendo io da lungo tempo ordito in mente la tela di questa mia cosmologia, volle fortuna che io capitassi in paese il più ricco forse e glorioso d' antiche memorie di quanti se ne incontrano sulla superficie del nostro pianeta. E un giorno fra gli altri procacciando alcuna distrazione piacevole alla protratta meditazione, salii ad un colle dove grandeggiano ancora gli avanzi augusti e venerabili del tempio maggiore e più bello che l'arti umane ab- biano saputo alzare e dedicare alla Dea della scienza. Di quivi girando l'occhio all'intorno e avvisando con più attenzione quella pianura che stendesi di dal Ceramico e rasenta la colonna sepolcrale del Miiller (il lettore conosce ora di che luogo si parla), io vi cer- cava con desiderio melanconico e inutile qualche vesti- gio visibile degli orti celebratissimi di Accademo, i quali si sa con certa notizia che dentro quella landa nuda e polverosa fiorivano. Se fossi poeta o scrivessi roman- zi e impressioni di viaggi, curerei di descrivere con vi- vezza le ricordanze solenni e le immagini non volgari che risorge vanmi in mente al cospetto di quella terra deserta, ma pure insigne e ossequiata da tutto il ge- nere umano. E s'à un bel dire: colà non resta più nulla e la venerazione tua à del superstizioso, o per Io man- co, dello astratto. Quella terra che tn vedi e puoi

DEL FINITO IN SÉ. 5

loccai-e e pass^giare, sostenne i piedi di Platone e ri- cevette Torma de' suoi sandali, e quivi scrisse, o con- cepì per lo manco, i suoi dialoghi divini e dispensò ai discepoli il tesoro delle sue dottrine eccelse ed impe- riture. Che se in ogni tempo tali riflessioni e ramme- morazioni m'avrebbero commosso altamente e legato i'auimo di parecchi affetti sublimi, giudichi il lettore quali fossero i miei pensieri ed i miei sentimenti in quel punto della mia vita in cui, cessando da ogni dubiezza, avevo con persuasione non più alterabile ab- bracciato la verità della dottrina delle idee, e dopo Pittagora salutato Platone siccome il solo maestro e il solo fondatore dell' ontologia.

3. Ma se descrivere una commozione profonda e quasiché religiosa dell' animo non è facile, ne riu- scirebbe gran fatto opportuno, credo d' altra parte che la sostanza dei miei pensieri in quella congiun- tura è facilissimo d'essere iììdovinata; perocché alla mente mi si affacciavano due contrarj troppo vi- sibili: la caducità e mina delle opere materiali del- l'uomo e la eternità e gloria dell'opere dell'intel- letto. Caddero le mura, io diceva, della tua patria, o figliuolo di Efestione, e i platani e le fontane della tua silenziosa Accademia non potettero venir custo- dite e salvate da quelle Muse che tu invocavi con- servatrici delle tradizioni da quelle Grazie il cui simulacro ponevi sulle soglie medesime del tuo ri- t^etto innocente e ospitale. Ma dopo venti e più se- coli il fulgid'oro e incorrotto delle tue dottrine ca- vato dalla più schietta e profonda miniera della verità mantiensi bello ed immacolato come quel pri- mo giorno che tu il traevi dallo stampo della tua mente ispirata; e in ciò pagano gli uomini un giusto tributo non pure alla tua sapienza e facondia non pa-

6 Uhm PRIMO.

reggiabìle, ma 8i alla dignità e grandezza del nostro essere da rivelata. Perocché tu infondendo quasr un colirio immortale nelle umane pupille facestile ca- paci di avvisare e discernere le forme ideali e spiri- tualmente toccai'e la realità loro eterna e assoluta.

4. Ne contento a questo e pieno ancora tutto r animo della filosofia Italica e levato sopra te dalla solenne armonia degli inni di Cleante, annunziasti agli uomini il governo amoroso di Dio sul mondo e ogni cosa rìvocasti potentemente air idea del bello e del buono. Fortunato me, se un qualche raggio del tuo divino intelletto si spanda su questo mio libro che la teorica delle idee studia di rinnovare con quei comple- menti ed emendamenti che recò per medesimo il tempo e il variare e il permutarsi di cento scuole.

II.

5. Cotesti pensieri, com' é naturale, mi s'aggirava- no allora per la fantasia; quando sopravvennero i dubj, cosa che sempre m'accade, e fecero poco lùeno che naufragare le mie speranze. Platone è sommo, dissero i successivi pensieri, ma non gli è conceduto di preoc- cupare le vie nuove ed intentate dell'umana medita- zione. Se tu porgi orecchio alle cose strane e diverse che suonano oggi nel mondo dei metafisici, udirai parlare di Platone per incidenza e solo perchè indovinò la im- manenza dell'idea in tutte le cose, e disse che la dia- lettica simigliava al movimento generativo di quelle. Ma quanto al povero libro tuo che va sulle orme an- tiche e pretende di romper guerra così spietata, agli avversarj del teismo, persuaditi bene ch'egli sarà o non letto o, subito letto, dimenticato. In tale disposi- zione di animo io scendevo quel giorno dal Partenone e,

DEL FINITO IN SK. 7

]K)co allegro de' miei studj, volgevo la mente a cure molto diverse e remotissime dalla filosofia.

6. Il dopo gli stessi pensieri mi risorgevano in animo e la stessa amaritudine li accompagnava. Oh la l)ella scoperta che avrai tu fatto, dicevo io in fra me, ilopo tanto meditare e leggere e scrivere; ecco alla line ài provato che il senso comune à ragione e in ciò si raccoglie tutta la sostanza di tua dottrina ! Invece, il mondo à sete di novità; e chiede non così il vero come l'inaspettato e il fantastico a quegP ingegni in- ventori che s'arbitrano d'insegnare al genere umano in che guisa sia costruita la fabbrica dell'universo. Platone e Aristotile furono poco meno che gittati via tra i vecchiumi appena quel francese fortunatissimo si )i06e con gran sicumera a promettere agli uomini che «'gli avrebbe con lo stropicciamento dei dadi e la ma- teria sottile da indi cavatane mostrato il modo pre- ciso col quale furono fatti i mondi e quello che ci sta rientro e cioè le piante e gli animali; dubitò con li suoi dadi vertiginosi e la sua materia sottile costruire ])ersìno le forme organiche e insegnare una notomia e tisiologia tanto diversa dal vero, quanto un orivolo dall' uomo.

7. Ora tu di cotesta sorta di novità e di ardimenti non ài vestigio; ed anzi tu presumi in filosofia di po- ter ripetere con sincerità il detto di Newton hypotheses non fingo, che è il detto medesimo stato pronunziato da (ralileo mezzo secolo prima. Smetti dunque ogni fidu- «•ia di buon successo. Che negli studj fisici domanda ognuno la novità dei fenomeni e nei razionali la no- vità per lo manco delle combinazioni delle idee.

8. Intrattenendomi io in cotali pensieri, mi trovai per accidente seduto di rimpetto ad un tavolo su cui po- sava una statuetta rappresentante la Venere famosa di

8 LIBRO PRIMO.

Milo che io porto meco dovunque mi vada, e subito mi corse alP animo questa considerazione: Egli non accade così della vera bellezza ; che il tempo mai non la invecchia e la logora; l'antichità invece, non le scemando novità e vaghezza, le cresce venerazione e quasi la converte in qualcosa di santo e degno di culto. Ecco qua una effigie bellissima uscita la prima volta dalle greche officine, or fanno ventiquattro se- coli. E tornata poi inopinatamente a ricreare lo sguardo degli uomini, il volgo e gl'intendenti incoro la lodano a cielo e non si saziano d'ammirarla, appunto come facciamo delle rose e degli altri più dilicati fiori di maggio i quali sempre che riappariscono dopo i rigori del verno ci riescono cari e avvenenti a uno stesso modo e con una stessa misura.

9. E qui mentre gli occhi miei fermi nella testa e nel corpo della bellissima statua giudicavano di scoprirvi ancora alcuna nuova leggiadria per innanzi non sa- puta avvertire, una voce dell'animo quasi genio fami- gliare incominciommi dentro a parlare con accento vivo e con tale spedito e stretto concatenamento di ragioni, ch'io avrei giurato non essere io l'autore ed espositore di quel soliloquio, ma una mente stra- niera e molto migliore della mia che avesse per beni- gnità grande pigliato cura di pol'mi in pace e in con- cordia l'animo e l'intelletto.

in.

10. Diceva, impertanto, la voce: dunque la bel- lezza sola è immutabile, e mutabile la verità ? e quella tornerà sempre nuova, questa non mutando parrà cosa volgare e sazievole? Ma se il bello esce dalla perfezione, qual cosa al mondo è più perfetta della verità? e se

DEL FINITO IN SÉ. 9

tutti ripetono con Platone il bello essere splendenza del vero, come può l'ornamento esteriore differir di natura dal suo subbietto? Ma la bellezza figurativa nell'arte greca ti si mostra appunto perfetta; laddove la perfezione di quel vero di cui discorriamo non è visibile ancora e in ninna scuola raggiungeva il suo compimento.

11. Oltreché la bellezza figurativa o plastica seb- bene può rivestire a manca mano aspetti infiniti, nien- tedimeno in ciascuna forma particolare, colto che sia e delineato l'archetipo suo rispettivo, tu dèi pensare che non v'è salita al migliore e al diverso; avvegna prin- cipalmente che in quell'archetipo è la intenzione me- desima della natura e quindi v'è l'assoluto di dal quale non può cercarsi e ritrovarsi che il falso.

Ma il vero non imbattendosi nei limiti della materia come ciò è forza che accada alla bellezza figurativa, ri- sulta infinito e nelle parti e nel tutto. Il perchè nel- l'uomo è naturale quanto legittimo voler sempre salire alla novità nello studio del vero. Ma tal novità, bada qui bene al nostro concetto, debb' essere rintracciata nella ascendente perfezione e dee risplendere dentro una sintesi ognora più larga e feconda tuttoché uguale e coerente a stessa ne' suoi principj e ne' suoi svi- luppi.

12. Dopo ciò, considera che quel proverbio che dice, tvx populi^ vox Dfii non à valore solamente nei ne- gozj civili e politici ma serba la certezza sua eziandio nella scienza. Per fermo, se tu avviserai la riposta saggezza dei parlari antichissimi nel modo che il Vico insegnava a noi Italiani segnatamente, conoscerai che mentre i Latini non avrebbero mai asserito essere r uomo partecipe di volontà od anche del pensiero o della libertà, perchè in essi atti è troppo manifesta

10 LIBRO PRIMO.

r attività nostra, ei dissero invece che noi siamo par- tecipi di ragione, dichiarando con questo che la ragione non è punto opera nostra, ma è divina rivelazione. Ghè qualora tu ti rammemori dei lavoro dello spirito intorno alle idee e come guardando nei loro concetti e nelle loro attinenze, noi componiamo i giudicj ed i raziocinj e tutto questo nel fatto sia opera umana, io ti verrò altresì ricordando che di tutto quel cumulo di ope- razioni mentali, parte risulta dalla riflessione varia fluttuante e meditativa del filosofo, parte è comune ad ogni sorta dMngegni in quanto la forma stessa innata delle facoltà nostre mena quelli necessariamente e con metodo uguale a riconoscere e persuadersi di certo no- vero di supreme verità. Così V uomo partecipa alla di- vina ragione, in quanto è dotato della visione delle idee e imita come può per felice istinto il divino discorso 0 V eterno Verbo che tu il domandi. Conosci da ciò essere verissimo che il senso comune è voce di popolo e similmente è voce di Dio.

13. Però quando la filosofia con isforzo inaudito del meditare e dimostrare perviene per le sue vie al ri- sultamento medesimo cui giunge di balzo la mente del popolo mediante certa divinazione arcana e pas- siva, la scienza umana tocca il sommo di sua nobiltà e di sua potenza perchè tutto quello che aduna, or- dina, prova ed illustra, tutto esce dall'attività pro- fonda del nostro essere intellettuale e morale. E la facoltà del ragionamento apodittico per ciò riesce la pili severa, la più gelosa e quasi a dire non n\ai con- tentabile delle facoltà del pensiere e dell'animo per- chè tiene le chiavi della nostra coscienza e dell'auto- nomia nostra. Quindi il traslatare il vero dall'ordine <leir istinto a quello della scienza pura, o vogliam dire dimostrativa, è opera lunga, travagliata e sopra

DKL FINITO I2f SE. 11

Ogni credere difficilissima. Laonde noa s' inganna la scienza stessa a scorgere in coiai fatto il maggiore de' suoi trionfi. E però se la scienza mediante T opera ina fossesi approssimata notabilmente a cotesto alto s^no, lascia ridere a posta loro i poco avveduti a cui paresse un bel modo di screditare cotesta tua onto- logìa, dicendo ch'ella conclude col gran pronunziato che il senso comune à ragione.

14. E non badano cotestoro che il riscontrarsi una dottrina con gli adagi del senso comune vale in filosofìa quello che nelle fisiche l'essere un supposto verificato appunto dall'esperienza. Quindi ne i prin- cipj ne il termine della metafisica debbo riuscir nuovo ed inopinato, essendo che la natura e certo dirozza- mento ed erudizione comune delle genti civili ap- prende a tutti certa notizia ed intuizione delle verità più larghe e profonde e su cui si fondamentano la logica naturale, l'etica, la religione e l'altre discipline più necessarie al viver sociale. E questo progredire lento e quasiché istintivo della scienza popolare da cui direbbesi come costituita e serbata una perenne filo- sofia capace di sviluppi come di correzioni, è un fatto notabilissimo della civiltà che la superbia dei metafi- sici fece male a non avvertire e a non tenerne gran conto.

IV.

15. Ciò veduto e posta da banda ogni impossibile novità nel principio e nel termine della metafisica, debbe la tua dottrina venir sindacata per gli altri rispetti. Ed ei si vedrà che in tutte le scuole e per ogni tempo materia del filosofare sono stati i fatti e le idee. Ma il difficile è pur sempre di porli in concordia e in

12 LIBRO PRIMO.

connessione tale in fra loro da ricavarne una Scienza Prima tutta coerente e tutta dimostrativa.

16. già l'armonia loro poteva essere rinvenuta in sino a che rimanevano incertezze ed oscurità intorno all'essere delle idee e all'essere dei fatti e sulla fa- coltà e maniera di pigliarne cognizione. E quando a te fossero bene riuscite queste tre cose di definire con esattezza la natura delle idee e quella delle percezio- ni ; di trovare la cagione e ragione vera ed essenziale del loro collegamento e di esibire prova non dubbia e non impugnabile di tutte le realità, fondando a priori (e ciò forse per la prima volta) l'ontologia, la tua dot- trina, antichissima di principj e di conclusioni, avrebbe largamente coiTetto e innovato tutto ciò che debbesi edificare su que' principj e a quelle conclusioni avviare.

17. Al che debbesi aggiungere una luce nuova, la quale rifletterà del sicuro abbondante e purissima sulla scienza del Cosmo il quale, per lo certo, venne architettato dall'autor suo in conformità mirabile con le prefate conclusioni e j)rincipj. Ed anzi dal seno di essi principj tu se' venuto ritraendo la vera e sola for- ma possibile di unità che può legare tutte le scienze, perchè lega necessariamente il finito all'infinito, e con- ducendo le cose create al colmo del bene partecipabile le ritorna a queir infinito dal quale movevano.

18. Questi pensieri ed altri consimili andò espri- mendo con voce interiore chiarissima quel grazioso spi- ritello che mi si svegliò dt^ntro 1' animo quasi improvvi- samente e pareva non già discorrere quel che il pensiere dettava ma leggere franco e spedito dentro a un libro stampato. Io non so bene dell' indole sua e se tiene del sogno ovvero dell' apparizione. Ciò solo che il caso mi fece di lui sapere si è il nome impostogli quando fu tenuto a battesimo e lo chiamarono Amor proprio.

DEL FINITO IN 8È. 13

Ad Ogni modo, io me gli tengo un poco obbligato, perocché quelle sue parole tanto sicure e baldanzose m'incorarono all'opera che andremo esponendo ai lettori.

CAPO SECONDO.

DEL PRINCIPIO DI CAUSALITÀ.

I.

19. Abbiamo dimostrato, ci sembra, che Dio è creatore attuale e perpetuo. Conciossiachè egli vuole con atto liberissimo e assolutissimo il bene intinito, e dentro di questo è una incommutabile relazione coi beni finiti, come nella sapienza increata è la ragione di farli esistere e nella potenza è la causa efficiente di tutti essi. Il che poi dicemmo costituire la eterna fattibilità e la possibilità metafisica di tutte le cose.

20. La creazione non à materia preesistente e non è soli fenomeni, perchè la dualità eterna e assoluta è contradittoria; e il creato esistendo fuori dell'infinito, esiste come essere e non come modo, è subbietto e non qualità, è sussistenza e non inerenza.

21. Similmente abbiam dimostrato che la crea- zione accade nel tempo e senza moto ninno della virtù efficiente, la quale e prima e poi è sempre nel medesimo atto. Però nessun concetto è più fallace di quello che immagina la creazione siccome un atto singolare, com- piutosi il quale, V Opifice eterno ritirasi dalla natura lasciata in governo alle proprie sue leggi ed entra nel sempiterno riposo. L'atto creativo è impartibile e in-

14 LIBRO PRIMO.

terminabile; conciossiachè opera fuori del tempo; ed è parimente fatta la immanenza di Dio nella na- turante natura come nella naturata.

Cotale immanenza mantiene fra Dio e il creaU» una sorta di relazione e di connessione tanto intima quanto inconoscibile nella sua forma; atteso che questa sia differente per essenza dalPaltra che lega il modo alla sostanza e 1' atto all' agente ; e però differisce altresì per essenza da quella che predicano i panteisti sotto varj nomi e sembianze.

22. Ora, diciamo che la cosmologia intera debbo provenire appunto dallo studio indefesso intorno di talo immanenza, invisibile nella sua specie di atto e di nesso, visibile e maravigliosa ne' suoi influssi ed effet- ti. E perchè in ogni cosa che appare nel tempo incon- transi queste due condizioni deir essere ella un sub- bietto sostanziale finito e dello splendervi F immanenza della buona, santa e providissima potestà e mentalità del sovrano artefice, conviene sia da noi meditata la creazione partitamente sotto V uno e V altro rispetto. Da essa relazione perpetua tra il finito e V infinito escirà poi la scienza a priori della natura ; e inten- diamo quella poca e modesta che è lecito per al presente di statuire con lucidezza e persuasione. E per essere brevi e precisi, e dall'altro canto per non mescolare i dati sperimentali e le prove empiriche alle deduzioni rigorose, verranno queste significate come sentenze e aforismi; ed a ciascuno aforismo, dove bisogni, faremo succedere qualche nota, onde sia meglio chiarito ; ovvero affine che se ne scorga 1' applic^azione ai fatti speciali che mal si presume di rivelare e stabilire a priori.

23. —Tre larghe divisioni prenderà la nostra specula- zione a norma della gran sintesi che noi imitiamo dal Vico e la qual dice la creazione mover da Dio, in Dio

DEL FINITO IN SÉ. 15

consistere, in Dio ritornare. E perciò se ritoma, essa in qualche modo sene alienò e fece contrario cammino. La qual cosa importa che il finito, siccome tale, opponesi air infinito e da lui si disgiunge. E questa è la prima divisione. La seconda guarda il finito nelle sue attinenze con la mentalità e potenza divina. La terza lo guarda nel suo progressivo congiungimento con l'infinito medesi- mo, in quanto questo è accessibile alla creatura e co- municabile.

24. Simili partizioni nella sostanza nuove non sono ; che la natura fu meditata e conosciuta da troppo gran tempo Ma nuovo è considerarle intrinsecamente in tutto quello che valgono e nelle applicazioni loro air ordine vero dei fatti. Aristotele, dicendo ogni male della materia e ogni bene della forma, volle parlare da un lato delle necessità e impotenze de! finito, dall'altro degl'influssi incessanti dell'infinito; e questi da ninno furono ravvisati e misurati con più giusto compasso quanto da quel platonico, il quale domandò la bellezza una vittoria della forma sulla materia, e volle appun- to significare una vittoria universale dell'infinito sul finito. La terza partizione dal Vico accennata sentirono gU altri platonici quando pronunziarono col lor maestro che fine dell' uomo è la perfetta imitazione di Dio.

n.

25. Ma prima per fare che tutte le parti di questo breve trattato riescano chiare e muovano diritte e spedite al loro termine, ci accade di dover qui esporre succintamente la dialettica del principio di causa. Con- ciossiachè tutta la' materia della cosmologia è gover- nata da tal principio, il quale d'altro lato fu strana- mente descritto e abusato dai fondatori di sistemi.

16 LIBRO PRIMO.

Forse fatta dottrina ed altre che servono di pro- pedeutica alla scienza della natura vorrebbero èssere state di già discusse in luogo piìi confacevole. Ma noi aggiungiamo sollecitamente cotesta pagina alle confes- sioni nostre prima che il lettore ve la inserisca egli con un pò* d' impazienza; e intendiamo dire che bene si riconosce da noi la metafisica essere un grande si- stema connesso in ogni suo membro assai strettamen- te; ne si può per avventura trattarne una parte dis- giuntamente da tutte le altre, e massime quando non si ripetono i detti più vulgati di tale e tale autore, ma i proprj pensieri si proferiscono. Nullameno, ci mancò r agio e più la forza intellettuale di architettare un edificio vasto insieme e compiuto di scienza specula-, tiva e di murarlo da ogni banda con sodezza e con or- dine, tanto che in cima al tetto non s'avesse a dubitare dei fondamenti. Fuggimmo anche la noia di ricercare e definire per minuto le usuali categorie ; proponendoci in quella vece di dirne all'occasione il poco od il molto che sarebbe stato opportuno. E qui giunge il caso per appunto ; rincresca al lettore l' indugio non lungo che gli si fa, dopo il quale diverrà il nostro cammino e più diritto e più spedito.

26. Noi provammo altra volta la intrinseca neces- sità di cotesto principio di causa e vogliam dire il per- chè tutte le cose le quali cominciano e più in generale ancora tutte le esistenze nuove sono precedute da una cagione. basta affermare con un filosofo insigne italiano * che tal principio risolvesi nella proposizione identica : ad ogni atto dover corrispondere a forza un agente. E per fermo, nessuno domanda la interna ca- gione degli atti essenziali e perpetui degli agenti sem-

* Roiiiiini.

DEL FINITO IN SE. 17

plicì, ma si domanda la cagione del mutare di quegli atti ; imperocché essa non può stare nella natura pro- pria intema e immutabile degli agenti medesimi, e conviene cercarla altrove e fermarsi alla perfine in una ragione suprema, universale e apodittica ; e cioè a dire che la ragione causale d' ogni mutamento nel mondo creato debbe fondarsi ella pure nel piii generale prin- cipio della identità e della contraddizione. E simiglian- temente, tutta la dialettica della ragion sufficiente, come Leibnizio la volle denominare, debbe avere per riscon- tro e per prova ultima il detto principio. Che in al- tra guisa la teorica della causalità fondandosi sopra un adagio di senso comune creduto e non dimostrato non cancellerebbe mai il suo carattere empirico ; ed anzi lo imprimerebbe in ogni materia a cui venisse ap- plicata.

27. E qui notiam di passata il progresso che fa la filosofia teoretica intomo a questo subbietto della cau- salità mediante la nostra particolare dottrina della Per- cezione. Per fermo, quando l'Hume sentenziava univer- salmente non apparire in alcun fatto il carattere del- Tefficacia causale, ma solo i fenomeni legarsi fra loro per contiguità di luogo e di tempo, insorsero i psicologisti a provare che T anima testifica tuttogiorno a stessa di essere cagione formale de' proprj atti. Il che forse poteva concedere anche V Hume senza troppo dannifi- care le sue negazioni. Nella medesima impotenza, a nostro parere, sono tutti q uè' metafisici i quali o ne- gano l'intuito immediato della compenetrazione nel nostro essere degli atti esterni ed interni; ovvero lo spiegano siccome una specie d' immediata divinazione. Invece, per la nostra dottrina diventando evidente e certissimo quello che abbiam domandato contatto men- tale del subbietto e dell' obbietto. la filosofia possiede

Mahuhi. M. %

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una prova scientìfica della nozione di causa efficace o vogliam dire di quella che opera fuori di e penetra nel subbietto passivo.

m.

28. Nel generale, domandasi causa ciò che per virtù propria e immediata origina alcuna esistenza o dentro o fuori di se; quella che opera dentro venne chiamata formale ; V altra, efficiente.

Egli è chiaro che la esistenza causata non può essere lo stesso atto causale, salvo che quando l'agente 0 il subbietto dimori per natura o per abito in quel solo atto primo che domandasi facoltà o virtualità. Perocché allora la esistenza causata è un'esplicazione di atto, sebbene vi occorra un' altra forza eccitativa e determi- nativa come si vedrà più tardi. Ma se l'atto è immanente e sempre ad un modo è spiegato? Allora, ripetiamo, il dargli per causa il proprio agente o subbietto è poco meno che un'astrazione e un paralogismo e si viene a dire che l'agente con un atto fa esistere quel suo medesimo atto. Per fermo, la mente stessa distingue con pena il subbietto dall'atto essenziale e imma- nente. Ad ogni modo, diciamo il subbietto non essere causa infino a tanto che non si considera siccome agente, perchè la cagione è qualcosa d'intimamente ed essenzialmente attivo. Che se il subbietto è mai sempre in atto e con quell'atto s' immedesima, e per- ciò vogliamo dire eh' egli è continua causa, doman- deremo allora dove sia l' effetto e come distinguesi dalla causa. Laonde, com'io notavo più sopra, quando parlasi delle qualità e degli atti essenziali e imma- nenti d'una sostanza semplice, e taluno ne richiedesse la ragione e cagione interiore, subito gli saria rispo-

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!jto: perchè ella è fatta cosi, e cioè a dire così venne costituita originalmente; onde la vera cagione è cer- cata e riconosciuta esternamente e superiormente nel- Tatto creativo medesimo non nel subbietto operante. Domandi quale sia la causa deir attrazione generale? Se tu non credi ch'ella provenga da un altro fatto più ancor generale ed intrìnseco alla materia, ma tu la giudichi una facoltà originale e costituente la es- senza di quella, tu sei pervenuto all'ultimo termine, e vale a dire all' effetto immediato dell' atto di crea- zione.

29. Del resto, il solo teismo à un chiaro e rilevato concetto della causa efficiente, dacché non pure la distingue dagli effetti mediati e immediati, ma la se- para sostanzialmente da quelli. E perchè, a nostro giudicìo. nell'Assoluto vera causa formale non opera, non vi si distinguendo l' atto dalla potenza, ne segue che ai panteisti il concetto di causa dee comparire mal contornato e d'incertissimi lineamenti. E sebbene discorrono assai volentieri dell'azione reciproca delle sostanze, egli si può sfidarli alla prova del dar ra- gione sufficiente delle cause esteriori operanti in noi con violenza, di qualità che l'anima nostra vi rilutta con ogni forza e con fatica angosciosa e infruttifera. Strana cosa, davvero, che l' ente uno ed universale voglia patire la propria azione e continuamente addo- lorarsi e straziarsi.

IV.

30. Raccogliendo le cose discorse, abbiamo che la causa è latamente sinonimo di sostanza attiva, sinonimo di potenza e di forza, la quale se opera, è attuale; se non opera, è virtuale. E quando non esce dal proprio

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essere piglia (si disse) nome di formale; quando esce^ di efficiente. Ed è formale ed efficiente nel tempo stesso quando per impiegare l'efficacia sua al di fuori in al- cun subbietto esteriore à d'uopo di passare innanzi dentro di dallo stato virtuale all'attuale e sussi- stente.

31. Vollero alcuni dialettici che qualcosa tramez- zasse fra la potenza e l' atto e la chiamarono conato. Noi non conosciamo il conato se non dove l' effetto o vogliam dire l'esplicazione dell'atto è impedita este- riormente 0 per lo manco ne è impedita la manifesta- zione sensibile; come l'atto di gravitazione è sempre in conato ne' corpi cui è impedito da altre forze di cadere verso il centro. Ogni rimanente è sottigliezza ed equivoco di parole.

32. La causa trae sempre qualche cosa dal nulla, eziandio se produce da tutta l'eternità. Perchè, dove la causa non operasse, l'effetto non sarebbe in nes- suna maniera, ovvero uscirebbe dal nulla senza ca- cone. E sia pure preesistente la facoltà, ovvero la materia, l'esplicazione dell'atto nell'un caso e la forma determinata nell' altro saranno esse dedotte dal nulla. Se entrambe poi esistevano, il modo, 1' accidente o che altro viene causato escirà parimenti dal nulla. Pe- rocché se tutto debbo preesistere e nulla cosa è pro- dotta, non v' à più causazione, ovvero la causazione stessa diventa impossibile, come sembrò affermare la scuola Eleate. Produrre adunque alcuna cosa vuol dire condurla dal non essere all' essere. E appunto perchè la causa è creatrice e l'atto onde qualunque essere od anche qualunque modo di essere esce dal nulla è misterioso, noi non avremo mai concetto cfciaro e ana- litico della nozione di causa, e intendo causa propria- mente efficace.

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33. Menare, per altro, una cosa dal non essere all'essere, inchìude, chi ben guarda, una potenza infi- nita; perchè è infinito V abisso che separa Pente dal nulla.

Ogni specie adunque di causazione o sostanziale o modale che sia, opera in virtù d'una potenza infinita.

34. Di qui si traggo che una sola causa sussista nell'uniTerso a cui tal nome compete veramente e asso- lutamente ; perchè due infiniti di potenza sono impos- sibili, e questa causa prima ed ultima è Dio.

35. Da ciò rampolla (e sia qui detto per transito) una dimostrazione assai rigorosa e poco avvertita così dell' esistenza di Dio come del principio di causa. La quale dimostrazione appena vuoisi affermare che pro- oada a posteriori, bastando a costituirla qualunque atto del pensiere. E per lo certo, si noti il legamento delle infrascritte proposizioni. Io penso, dunque esisto. Tal mia conclusione è un secondo pensiere diverso dal pri- mo ; io esisto, adunque, mutando. Ma ogni mutamento o sostanziale o modale è una nuova esistenza; ed ogni si fatta ricerca un potere il quale la tragga dal non essere all'essere; e perchè dall'uno all'altro corre in- tervallo infinito, lo può solo riempiere una potenza infinita. Va dunque l'infinito che crea e determina tutte le esistenze nuove e fornisce altresì al pensiere la facoltà di mutarsi.

3G. Impertanto, dopo Dio tutte le altre cause sono per partecipazione e si domandano cause seconde.

Nel vero, se può esistere il finito possono ezian- dio esistere le cause finite o seconde; e se esiste una sola causa assoluta, non perciò non possono esistere cause relative e cioè a dire partecipi di virtù effettrice.

37. Ma v' à chi sostiene che il mondo creato è in- finito ed è intrinseco alla sua cagione. £ prova il primo

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eDunciato con questo, che da causa infinita può solo provenire effetto infinito.

38. Al che si obbietta col presente dilemma : o le cose create sono consustanziali con Dio o non sono. Chi afferma il primo, cade nel gran paradosso d'im- medesimare il finito coli' infinito; poiché T esperienza ci prova che nel mondo è il finito. Chi afferma il se- condo e tuttavolta sostiene la infinitudine della crea- zione, ammette due infiniti V uno fuori dell' altro ; e poicliè r uno debbo all' altro mancare, ei sono finiti ambedue. si scampa dal dilemma dicendo con Hegel la cagione e l' effetto essere a un dipresso identici ; espressione, che toma a ripetere, sotto diverso sem- biante, il gran paradosso della parità dell'ente e del nulla. Ma in realtà cagione ed effetto differiscono tanto quanto il finito dall' infinito. Gonciossiachè questa è vera e assoluta cagione, come vero effetto è l' universo creato. Ne gioverà di vantaggio il pronunziare insieme col Bruno o con altri più moderni che l' effetto dimora nella cagione come l' atto nella potenza, ovvero che la cagione infinita ed implicata diventa esplicita nell' ef- fetto pur rimanendo uguale a stessa. Cotesto ambi- gue parole di atto e potenza e di estrinseco e intrin- seco anno corto dominio laddove si ragiona schietto e preciso.

39. Quando l' effetto non trapassi per niente fuori della sostanza divina, la risposta fu già espressa e chia- rita più d' una volta. Quando trapassi al di fuori, r effetto non é spiegamento ed emanazione, ma crea- zione reale dal nulla. Quindi la potenza rimanendo scissa dall' atto, e l' implicazione dalla esplicazione, la causa non più possiede l'infinito determinato nel pro- prio effetto e quindi é incompiuta e manchevole.

Adunque, dicendosi che da cagione infinita può

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solo uscire effetto infinito, ei si fa impossibile al tatto la creazione e si nega la esperienza la quale atte- sta invittamente a ciascuno che il finito esiste. E sia questo un mero fenomeno; ciò non lo confonde col nulla. V à nella natura serie e specie di modi, serie e specie di affezioni, atti e accidenti che si succedono e passano e dei quali si può aver il numero, la quantità e la misura. Ma la quantità e il numero sono sempre limitati e per nessuno sforzo e nessun miracolo si con- vertono neir infinito, ed anzi è provato evidentemente che ciò racchiude una logica ripugnanza.

40. D' altra parte, V efficienza infinita mostrasi tale eziandio nell' effetto, in quanto tragge le cose dal nulla. Cavarne un granello di sabbia od un infinito è sotto questo rispetto un medesimo. Altrettanta potenza infinita vi vuole a conservare la creazione in ciascun attimo di tempo, altrettanta a partecipare agli enti finiti alcun grado di causale efficacia.

41. Da ultimo, ciò che davvero riuscirebbe defi- ciente e però non divino e non infinito nella virtù crea- trice, sarebbe se la natura non diventasse tutto quello che mai può essere a rispetto del fine ; il che non fu mai dimostrato da alcuno ed anzi fu dimostrato il contrario, e noi ne terremo speciale e lungo ragiona- mento.

42. Giordano Bruno aiuta vasi di provare con venti diversi argomenti la infinità del mondo. Ma prima avrebbe dovuto liberar la sua tesi dalla logica impos- sibilità che racchiude ; e intendesi che gli conveniva mostrare la compossibilità di due infiniti, V uno dei quali è fornito di tutte le perfezioni e ciò non ostante nell'altro è certa positiva infinità che vuol dire per- fezione. Poi gli conveniva mostrare come una serie di finiti può costituir V infinito, e il sempre manchevole

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